Tempo di lettura stimato: 6 minuti

L’ Internet of Things sembra essere l’ultima novità in fatto di innovazione. Internet of Things significa sfruttare le tecnologie ICT per raccogliere informazioni e far comunicare oggetti a distanza, in modo che questi stessi oggetti possano reagire alle condizioni ambientali e ai processi in cui sono inseriti.

Se ci riflettiamo a fondo, dietro all’IoT c’è un concetto importante ma già ben radicato nella nostra cultura imprenditoriale: raccogliere dati e metterli in relazione tra loro per produrre informazioni su cui basare nuove decisioni di business.

Ciò che è davvero cambiato con l’Internet delle cose non è quindi tanto l’approccio nei confronti dei dati, quanto piuttosto i sistemi che ci permettono di raccoglierli, analizzarli e metterli in relazione per dare vita a nuovi servizi o per migliorare quelli già esistenti.

In quest’ottica è evidente come l’ Internet of Things sia in grado di creare impatti anche decisivi sui modelli di business ai quali siamo abituati, andando a intervenire non solo sui servizi offerti, ma anche sulle risorse e le attività chiave della nostra azienda.

Internet of Things e reti di distribuzione

Un settore che ci può aiutare a capire meglio questo processo di cambiamento è quello delle reti di stoccaggio e distribuzione dei prodotti. Qui da più di 30 anni si usano tecnologie in grado di fornire informazioni aggiornate sui prodotti in entrata e in uscita. La principale tecnologia utilizzata sinora è stata quella del codice a barre, che conosciamo tutti.

Ne esistono però anche altre, come gli RFID. Si tratta di piccoli apparecchi in grado di immagazzinare e trasmettere informazioni grazie a un dispositivo radio integrato. Il pregio principale riguarda la rapidità di lettura: esistono dispositivi in grado di leggere tutti gli RFID entro una certa distanza, accelerando i tempi di raccolta delle informazioni.

Volete sapere quando è nata questa tecnologia? È stata brevettata nel 1973, stesso anno in cui la IBM sviluppò i primi codici a barre. Come mai allora una tecnologia più performante ha avuto meno successo?

L’intelligenza non è nella tecnologia, ma nei servizi che con essa sviluppiamo

Il vero problema degli RFID è che non si è mai capito bene cosa farne. Certo, è vero che fino a poco tempo fa non esistevano nemmeno le infrastrutture wireless e mobile per coinvolgere operatori e consumatori nella generazione e nella trasmissione delle informazioni. Ma è vero anche che per lungo tempo non siamo stati capaci di immaginare servizi in grado di sfruttare realmente le potenzialità degli RFID.


Negli ultimi anni le cose stanno cambiando. Perché? Perché invece di concentrarsi sulla tecnologia in sé, si è cominciato a ragionare su nuovi modelli di business in grado di sfruttare quelle tecnologie per dare vita a servizi più efficienti.


Le possibilità sono innumerevoli. Pensiamo ad esempio ai prodotti deperibili. Immaginate che siano in grado di monitorare sé stessi e di trasmettere informazioni sul proprio stato. Prima di tutto, si potrebbe intervenire tempestivamente in caso di aumenti di temperatura o umidità che potrebbero adulterarli, evitando di dover buttare intere partite di cibo. Ancora, si potrebbe programmare un dispositivo di comunicazione per informare dell’avvicinamento della data di scadenza, riducendo di molto i tempi di controllo da parte dei commessi dei supermercati. Infine, incrociando i dati sui prodotti prossimi alla scadenza con i dati di vendita, diventerebbe possibile addirittura intervenire sulla produzione, limitando gli invenduti e i costi di magazzino.

I nuovi modelli delle reti di distribuzione

In prospettiva, imparando a produrre i dati giusti e a incrociarli nel modo corretto, saremo in grado di ottenere informazioni così precise da poter arrivare a “presentire” la necessità di un prodotto prima che questa si verifichi effettivamente. Sarebbe possibile così attivare la rete di produzione e distribuzione solo al momento opportuno. Il risparmio in termini di risorse, umane e non, sarebbe notevole.

Questo modello di pianificazione della produzione, che viene definito outside-in, si contrappone al più diffuso modello detto inside-out. Un modello outside-in consente la realizzazione di meccanismi di produzione iperflessibili, basati su una domanda reale e non ipotetica. In un modello classico per garantire la presenza di un prodotto in negozio la strada era una sola: averne scorte in magazzino. Un modello come quello che abbiamo ipotizzato mira invece a eliminare o a limitare al massimo la necessità di un magazzino, riducendo al minimo i tempi di latenza (ovvero il tempo che serve per rifornirsi di un certo prodotto e che comprende sia i tempi di produzione che quelli di spedizione).


Il problema sta non tanto nell’evoluzione delle tecnologie, quanto piuttosto nella nostra capacità di pensare a soluzioni davvero utili da realizzare con esse, nel capire come improntare nuovi modelli di business in grado di sfruttarli.


Per fare questo è necessario mappare e comprendere i processi in atto e riuscire a individuare quali elementi possono essere oggetto di ottimizzazione: è ciò che in Beople realizziamo attraverso il Visual Thinking, che ci permette di far “saltare all’occhio” i colli di bottiglia sui quali è necessario intervenire.

Il modello Amazon

Da questo punto di vista, un caso emblematico è quello di Amazon. Il modello che Amazon ha adottato per la gestione del proprio magazzino dimostra che, quando si individuano in modo corretto i fattori che devono essere ottimizzati, è possibile creare un modello di gestione più funzionale attraverso tecnologie economiche e flessibili.

Innanzitutto, Amazon ha sfatato una credenza comune: il magazzino migliore non è quello più ordinato. I prodotti non sono collocati secondo un criterio preciso, ma vengono semplicemente messi nei ripiani liberi degli scaffali. Ogni prodotto è correlato allo scaffale di appartenenza tramite un codice a barre: quando i prodotti devono uscire dal magazzino, i computer controllano se e dove sono disponibili, generando per il magazziniere l’itinerario di ritiro più veloce. Il sistema ha inoltre un altro vantaggio, legato alle abitudini di acquisto dei clienti di Amazon: spesso si comprano prodotti appartenenti a categorie diverse, ed è stato dimostrato che l’ordine casuale aumenta le probabilità che essi si trovino vicini.

Come abbiamo appena visto, Amazon non usa tecnologie particolarmente avanzate. Perché? Semplicemente perché per Amazon questo è il modello più vantaggioso. Amazon ha due necessità principali: ridurre i tempi di preparazione degli ordini e semplificare le procedure di gestione del magazzino. Quest’ultmo aspetto è particolarmente importante: Amazon è riuscita a limitare moltissimo i tempi di formazione dei magazzinieri. Il vantaggio, dal punto di vista economico, è enorme: può contare su una forza lavoro meno specializzata ma più flessibile, in grado di integrarsi in tempi brevissimi nei periodi di maggior carico.

Innovare i processi

Se Amazon ha scelto questo modello è perché ha raccolto dati sul funzionamento dei suoi magazzini, li ha incrociati con i dati sulle abitudini di acquisto dei suoi clienti e, sulla base di questi aspetti, ha scelto l’opzione più funzionale.


La cosa non vale solo per i grandi colossi, ma per tutte le imprese: a vincere non sono quelle che creano le tecnologie più evolute, ma quelle che le sfruttano per realizzare con esse servizi funzionali.


L’ Internet of Things per la prima volta non ci pone davanti a un’escalation continua di performance tecnologiche, ma di fronte all’esigenza e alla possibilità di creare soluzioni sempre più razionali e ottimizzate. In questo contesto la progettazione del sistema assume un’importanza molto maggiore rispetto alla potenza e alle specifiche della tecnologia utilizzata.

Ciò rende evidente quanto il design dei processi sia fondamentale per affrontare una necessaria evoluzione aziendale: che ci si muova verso paradigmi rivoluzionari come le logiche di produzione outside-in o che si cerchi un’ottimizzazione di magazzino, possiamo dire per esperienza che il successo parte da un corretto design iniziale dei flussi e dei processi di creazione e distribuzione del valore.

Articoli Recenti

Leave a Reply