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« L’open innovation è un paradigma che afferma che le imprese possono e devono fare ricorso a idee esterne, così come a quelle interne, e accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche. »

(Henry Chesbrough, 2006)

Per tanti anni il concetto di Open Innovation è stato applicato per definire nuovi paradigmi attraverso i quali raggiungere una maggiore innovazione tecnologica e di prodotto. Ma noi di Beople – e se avete letto qualche altro articolo dal nostro blog come questo ve ne sarete accorti – preferiamo concentrarci non sull’innovazione dei prodotti, ma sull’innovazione dei processi e dei modelli aziendali.

Per questo vogliamo dedicare questo articolo a provare a rispondere a una domanda: perché un paradigma come l’Open Innovation deve essere studiato e applicato ai processi prima che ai prodotti, e in particolare ai processi attraverso i quali le aziende producono nuovo valore e fanno innovazione?

Le origini dell’Open Innovation

Fino allo scorso decennio le aziende che facevano innovazione la facevano attraverso reparti di R&D interni. Questi avevano il compito di studiare nuovi prodotti e servizi e acquisire o depositare nuovi brevetti e licenze. La base su cui si realizzavano queste attività erano costituite sempre da risorse interne.

Questo modello poneva principalmente due criticità:

1. un campo di innovazione limitato, perché le idee, gli stimoli e le soluzioni immaginabili erano limitate a un ristretto volume di risorse (sia umane che infrastrutturali)

2. uno scarso riconoscimento del valore delle attività di innovazione, almeno nella misura in cui il metro di valutazione delle attività di R&D era il semplice impatto che le nuove soluzioni studiate potevano apportare al fatturato aziendale.

Il nuovo millennio

Grazie anche alle nuove possibilità aperte dal digitale, gli anni 2000 hanno visto un sostanziale cambio di paradigma: alcune aziende hanno iniziato a capire che le idee e le soluzioni davvero innovative potevano trovarsi più probabilmente all’esterno dell’azienda, e non al suo interno.

Chi lo ha capito ha iniziato a creare piattaforme ed eventi e, più in generale, a diffondere sia all’interno che all’esterno dell’azienda nuove logiche per favorire l’afflusso di idee, in uno scouting continuo di soluzioni e possibilità per l’innovazione dei propri prodotti e servizi. Un esempio sono tutte le piattaforme di crowdsourcing nate a cavallo tra il 2005 e il 2010, ma anche i programmi di product innovation aperti da alcune aziende per acquisire nuove soluzioni (da ricordare a questo proposito il caso di Illy, di cui abbiamo parlato nell’articolo citato qui sopra.)

Oggi e Domani

Si tratta di progetti che vanno nella direzione giusta, ma che non percorrono tutta la strada a disposizione. Oggi infatti pensare che le attività di innovazione possano fermarsi ai soli prodotti e servizi è ingenuo. Sappiamo perfettamente che per essere davvero competitivi sul proprio mercato non è più sufficiente concentrarsi sul “cosa” si fa: è necessario invece ripensare e innovare anche il “come” lo si fa, ovvero i propri modelli di business.


L’Open Innovation sta assumendo un ruolo fondamentale: aprire all’innovazione dei modelli di business significa smettere di illudersi che un’azienda possa avere successo rimanendo impermeabile al proprio ambiente, o che possa crescere in modo rigido e lineare.


Prendere spunto da “mondi” più piccoli

Da questo punto di vista le startup hanno molto da insegnare alle aziende più tradizionali. Le startup sono flessibili e veloci: portano avanti attività di testing continue per assicurarsi della validità dei loro processi e sono pronte a cambiare strada quando la situazione lo richiede. Anziché percepire le startup come nemiche, le aziende dovrebbero aprirsi al mondo e includere startup e startupper nei loro network e, in questo modo, utilizzare e valorizzare la loro capacità di innovazione.

Per un’azienda che vuole davvero innovare e innovarsi, quindi, l’Open Innovation deve rappresentare un asset fondamentale in grado di generare una crescita reale e proficua. Deve costituire quella che metaforicamente potremmo chiamare una ‘cinghia di trasmissione col mondo, con l’obiettivo di creare nuovo valore e di mettere in moto un circolo virtuoso che stimola idee ed energie esterne e le porta all’interno, e viceversa.

Come l’open innovation agisce sui Business Model?

Ma quali sono in sostanza i modi in cui l’Open Innovation può migliorare il tuo modello di business? Eccone sei:

 

Risorse flessibili Open Innovation

1. Risorse flessibili: l’azienda si dimensiona non sulla base del numero di dipendenti, ma del numero di accordi e collaborazioni che stabilisce in modo flessibile e in funzione delle attività e dei progetti di innovazione.

 

Crescita a rete Open Innovation

2. Crescita a rete: i partner acquisiscono un ruolo fondamentale e sono davvero portatori di valore, anche e soprattutto attraverso le collaborazioni e lo scambio che possono liberamente intrattenere tra loro.

 

Espansione modulare Open Innovation

3. Espansione modulare: nuovi stimoli e soluzioni possono essere utilizzati per un’espansione modulare nel mercato di riferimento, con minore rischio per l’azienda che può salvaguardare le linee consolidate di offerta.

 

Processi di cocreazione Open Innovation

4. Processi di co-creazione: chi vuole sfruttare al meglio le logiche dell’Open Innovation deve imparare ad ascoltare in modo nuovo i propri clienti. Questi vanno inseriti in processi di co-creazione, in cui le loro necessità siano al primo posto e le loro idee siano messe a frutto.

 

R&D Indipendente Open Innovation

5. R&D costante e indipendente: che la faccia tu o qualcun altro, oggi l’innovazione avviene comunque a prescindere dai reparti di R&D interni. L’intero pianeta è da considerare come un unico laboratorio di ricerca e sviluppo, al quale tu devi scegliere se attingere o meno.

 

Talent Autonomy Open Innovation

6. Talent Autonomy: i rapporti con le risorse e le aziende esterne non possono più basarsi su acquisizione e controllo: devono essere improntate invece su una piena condivisione di processi, logiche e roadmap.

 

Dalle “gare di idee” e dai primi pionieristici sistemi di crowdsourcing le cose sono decisamente diverse. L’Open Innovation è cambiata e si è sviluppata come paradigma per le aziende che vogliono continuare a essere vincenti nel proprio mercato. Per essere governata e sfruttata appieno richiede percorsi di progettazione, co-creazione e validazione costanti. Ha bisogno, in sostanza, di attività di Business Design che siano in grado di rendere fruibili (e fruttuose) le possibilità, le risorse e gli strumenti che il mondo ci mette di fronte.

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