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Mai così tanto lavoro per i Business Designer: c’è da “ridisegnare” il mondo

C’è una domanda che quasi tutti si stanno divertendo a fare, incentivati da creatori di contenuti e animatori di community: qual è la prima cosa che farai quando tutto passerà?

C’è una domanda che quasi tutti si stanno divertendo a fare, incentivati da creatori di contenuti e animatori di community: qual è la prima cosa che farai quando tutto passerà?

Le persone rispondono di getto. Ci mancano così tante cose che la lista sembra sin troppo piena e rispondere sembra sin troppo facile.
Abbracciare amici e parenti, stringersi senza dirsi niente, tornare a stringere mani. Anzi, salutarsi con due baci o magari anche tre.

E poi un cinema, il sushi, passeggiate chilometriche in centri commerciali guardando ogni prodotto in vendita e non acquistando niente; come la regola impone.
Andare allo stadio a guardare una partita e tifare per la propria squadra dall’inizio alla fine, anche se sta giocando male e si è sotto di due o tre goal.

È un giochino divertente, il tentativo di seguire il consiglio del Peter Pan che è in noi: “pensieri felici per non sprofondare a terra”.

Che mondo sarà? Non lo sappiamo. Che mondo sarà? Diverso.

Mentre molti si cimentano nell’ipotizzare scenari economici, la mia doppia veste di psicologa e business designer è più orientata verso gli impatti sociali e gli inevitabili strascichi che questa pandemia lascerà in eredità al nostro mondo, almeno per un bel po’ di tempo.
Un virus non infetta solo gli organismi ma anche le nostre credenze, innescando paure e fobie. Non sempre razionali.

Al pari di chi da piccolo ha subìto una brutta esperienza con un cagnaccio cattivo e oggi si tiene a distanza anche dal barboncino super pettinato dei vicini, Covid-19 potrebbe presentare un impatto altrettanto definito per quanto infondato.

Alcuni esperti si sono pronunciati, prevedendo un rischio di agorafobia, cioè la paura degli spazi pubblici e una tendenza delle persone a rimanere ancora in casa ritenendolo l’unico ambiente realmente sicuro.

Altri strascichi potrebbero essere quelli legati alla xenofobia e in generale a una diffidenza verso chiunque sia “estraneo” alla nostra cerchia familiare. Potrebbero esserci anche comportamenti dettati dalla buona volontà come la paura di essere noi contagiati e mettere ogni volta a rischio la salute del prossimo.

Al di là delle previsioni e di fenomeni complicati, viene normale chiedersi quante persone si sentirebbero realmente a proprio agio in un cinema chiuso a vedere un film o abbracciarsi in uno stadio dopo il goal dei propri beniamini. O ancora: come ci sentiremmo in una metro?

Oppure, quanto ci metteremo a tornare ad abbracciare tutti quei vecchi amici che oggi vorremmo così ardentemente avere con noi? Quanto sarà grande l’imbarazzo, o la paura, di fronte a un cliente che ci porge la mano?

Anche se “la prima cosa che faremo dopo…” è un pensiero felice, ci sono domande molto più realistiche e impattanti per il nostro mondo e le nostre attività.
Alcune domande potrebbero ad esempio essere:

  • Cosa non faremo più dopo?
  • Cosa faremo in modo diverso?
  • Per cosa avremo bisogno di tempo prima di ricominciare a fare?

Per quest’anno… dovremo cambiare

Per quest'anno non cambiare
Stessa spiaggia stesso mare
Per poterti rivedere
Per tornare, per restare
Insieme a te.

Era il 1963 e quella di sopra era l’incipit di una canzone, di Piero Focaccia, che sarebbe divenuta un tormentone anche per le generazioni future. Un inno alla tradizione, alla ripetizione, alla normale e ciclica ricorsività di desideri e stagioni.
Per quest’anno però, o forse anche per il prossimo, potrebbe essere diverso.

Un imprenditore che ha da poco iniziato un corso con noi, nella Business Design Academy, l’altro giorno ad esempio ha indagato problematiche e bisogni legati proprio al comparto turistico del settore balneare.

Parlando con i suoi clienti, è tornato con quello che ha definito un insight sorprendente, banale e “terrificante”.

Quello che ha scoperto è che più che i problemi legati alla sicurezza di spostarsi da un paese all’altro, stando ai titolari delle strutture balneari, il problema principale potrebbe essere la paura di entrare in acqua. L’acqua, elemento che abbiamo ritenuto salvifico e segno di pulizia, oggi o meglio domani potrebbe essere percepito come un terribile catalizzatore di contagio.

Anche se non tutti sono coinvolti nella gestione di un impianto balneare questo tipo di approccio, dubbioso e curioso, che punta a mettere in discussione ogni tradizione e uso, sarà sempre più utile e determinante.

Citando Mark Twain: “Non è ciò che non conosci che ti mette nei guai, è ciò che dai per certo che non lo è.”

Attualizzare i bisogni, ridisegnare prodotti e servizi, aiutare le persone a diventare migliori

Per chi ha familiarità con la nostra disciplina, il Business Design, sa che alla base vi è il rifiuto di etichettare le persone su base demografica e agire sempre in ottica di “motivazioni di acquisto”, lavorando innanzitutto sull’individuazione dei Job To Be Done.

Alla base della Jobs Theory vi è un concetto semplice, ma molto potente: “i clienti non comprano prodotti o servizi; li introducono nella loro vita per poterne migliorare un aspetto specifico. Tale miglioramento è il “compito” (job) che cercano di svolgere; nella nostra metafora, i clienti “assumono” (hire) prodotti o servizi per assolvere a determinati compiti. E, definiamo “compito” il miglioramento che una persona cerca di ottenere in una particolare circostanza.” Christensen, Clayton M.

L’accento che deve guidarci in questa riflessione è il termine “migliorare”. Un termine che indica un cambiamento positivo da una situazione di crisi a un traguardo o obiettivo.

Per fare qualche esempio:

Chi acquista corsi di inglese lo fa per esibire un certificato che ne dimostri la competenza della lingua. Ma anche per: evitare il disagio di una cattiva pronuncia e sentirsi un professionista migliore, all’altezza degli altri.

Chi costruisce una casetta in giardino per i propri figli non lo fa per fornirgli un posto nel quale ripararsi e forse nemmeno uno spazio per giocare. Ma anche e forse soprattutto per: creare insieme ai propri figli e rafforzarne il legame.

Chi fa un abbonamento a Netflix non lo fa per vedere tutte le nuove serie in uscita. Ma anche per: avere il modo di staccare con i propri pensieri la sera e/o raccogliersi in un momento di spensieratezza insieme alla famiglia.

Un orso che pesca in un fiume lo fa per procurarsi cibo per sopravvivere. Una persona che acquista un prodotto o servizio lo fa in cerca di una versione migliore di sé e della propria vita.


*i job possono essere funzionali, emozionali o sociali (ovvero possono riguardare compiti da svolgere e/o obiettivi da raggiungere, come ci si vuole sentire, come si vuole essere percepiti dagli altri/dal mondo). Per indagarli non è necessario scomodare complesse teorie psicologiche o del campo della sociologia. Non è neanche necessario scomodare le neuroscienze o tutte le discipline che iniziano con neuroqualcosa (e che per questo spesso vengono percepite come più autorevoli e “scientifiche” di altre). Non dobbiamo interpretare, dobbiamo ascoltare. I clienti, i clienti dei nostri clienti, gli altri membri del team, i professionisti di altri settori... Sospendendo il giudizio, il pregiudizio e l’ego, evitando di dare per scontate anche le cose più piccole e che ci sembrano insignificanti ma con la giusta capacità di discriminare tra ciò che funziona e può essere applicato generando l’effetto desiderato, e ciò che risulta molto attraente ma che non genera l’effetto desiderato.

Altro aspetto da tenere in considerazione è che non solo “assumiamo” prodotti e servizi per fare un lavoro (job) ma allo stesso modo ne licenziamo di vecchi.

Un esempio banale per capirci?
Immaginiamo Paolo, ipotetico manager di discreto successo che ogni sera guarda Netflix tanto da farne un immancabile rituale di fine giornata. È il suo modo di staccare con il lavoro e forse anche premiarsi dopo tanto lavoro. Cosa potrebbe accadere se Paolo scoprisse un’improvvisa passione per i giochi di ruolo on line o se conoscesse una ragazza con la quale iniziare una frequentazione?
Rimanendo nel campo amoroso, gira un proverbio, molto divertente nei vari dialetti, che nella sua versione italiana dice più o meno così: se vuoi perdere l’amico fallo sposare o fidanzare.

Anche l’amicizia può rispondere a un Job. Può essere assunta o licenziata al sopraggiungere di nuove e più gratificanti soluzioni!

Ridisegnare prodotti, servizi, e il nostro mondo

Questa digressione nel mondo della Jobs Theory per dire che, alla luce di ciò che stiamo vivendo, immaginare che i nostri modelli di business siano ancora efficaci, che i nostri prodotti e servizi possano tornare in un attimo in pista, è semplicemente irrealistico.
Mai come oggi serve curiosità, un sano scetticismo, immaginazione.

E Business Design.
E Business Designer.

Professionisti che, come l’imprenditore citato prima che ha indagato il mercato delle strutture balneari, siano facilitatori di dubbi e domande.

Sarà un mondo completamente nuovo. Non necessariamente peggiore, diverso.

Come Business Designer, ma in generale come consulenti, il nostro compito è aiutare le imprese a rispondere in modo tempestivo, licenziare soluzioni e trovarne di nuove delle quali le persone avranno realmente bisogno.

Aiutare le imprese a offrire prodotti e servizi che rispondano ai nuovi Job sociali.

Aiutare così le persone a ottenere versioni migliori di sé e delle proprie vite.

Fa paura ma è anche molto entusiasmante.

C'è da "ridisegnare il mondo"!

Michela Spagnolo è psicologa e psicoterapeuta, Mamma di Camilla, Co-Founder di Beople e responsabile della Business Design Academy. La sua missione è liberare il mondo del business dal superfluo e aiutare imprese, organizzazioni e professionisti a implementare processi semplici, efficaci, replicabili. È anche Autrice di Business Design per le Pmi, ha revisionato, tra gli altri, Value Proposition Design®, e curato l’edizione italiana di Creare Modelli di Business. Puoi seguire Michela anche su LinkedIn

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